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Lo sport è sempre di più lo specchio di una nazione, lo abbiamo visto a queste Olimpiadi dove i paesi emergenti sono quelli che sono riusciti a crescere pesantemente anche in termini numerici.
L’Italia ha vinto 28 medaglie, forse qualcuna in meno del previsto, ma i dirigenti del CONI, con il Presidente Petrucci in prima linea, si dicono soddisfatti, perché c’era la Cina, perché c’era l’Inghilterra che sarà la prossima padrona di casa, perché il frazionamento della Russia ha creato tante piccole “russie” sportive.
Forse per noi spettatori le medaglie sono poche, perché è sempre bello poter gioire davanti ai teleschermi per un proprio atleta, leggere la sua storia, conoscere qualche pezzo nuovo di questo strano Paese.
Qualche spunto di riflessione.
L’Italia ha vinto 28 medaglie, ma ha anche avuto 13 quarti posti, una infinità. Per tredici volte qualche granello nell’ingranaggio ha impedito di arrivare sul podio.
L’Italia ha bucato in tutti gli sport di squadra: calcio, volley, basket, pallamano, baseball, pallanuoto. Alcune nazionali non si sono nemmeno qualificate. Un disastro assoluto dietro al quale ci deve essere per forza qualche motivazione non solo atletica ma anche sociale o strutturale.
Tutta la spedizione di nuoto è arrivata fuori forma o con carenze organizzative, non facciamoci ingannare dal talento di due atlete come la Pellegrini e la Filippi, avevamo cinquanta nuotatori a Pechino. Incredibile la denuncia della Pellegrini “sapevamo che le finali erano al mattino ma non abbiamo mai fatto dei test”. Anche i calciatori hanno iniziato ad allenarsi la sera quando sanno di giocare in notturna!
L’atletica sembrava più un ospedale che una squadra: stiramenti, infiammazioni, nervi a fiori di pelle.
Proviamo a fare qualche conto.
Diciamo che ci aspettavamo 30 medaglie. Su queste togliamo alcuni infortuni, fisici o competitivi, che impediscono di raggiungere l’obiettivo. Sono fisiologici, lo sport non è una scienza e ci sono anche gli altri!
Poi togliamo una percentuale di situazioni speciali, come un giudice non brillante o come una squalifica, anche queste sono parte di una competizione così importante.
Aggiungiamo qualche exploit, cioè qualche medaglia inattesa, che arriva per bravura nostra o per un infortunio degli altri concorrenti.
Alla fine tra togli e metti si chiude a 28.
Ma il problema vero è che noi ci dovremmo aspettare 50 o 60 medaglie, cioè dovremmo avere una forza di squadra che ci consente di puntare molto più in alto. Con una stima di 50 medaglie poi magari chiudi a 40, che può essere ragionevole.
Il problema è che per stimare 50 medaglie significa avere una base molto più ampia, significa che in alcune discipline non hai solo un atleta di punta, ma nei hai due o tre, cosa che avviene forse solo nella scherma femminile.
E qui arriviamo al punto: per allargare questa base si deve investire, mentre in Italia lo sport è un accessorio, non è un elemento fondamentale della cultura e della formazione di questo Paese. A scuola praticamente non esiste, fuori da scuola gli impianti comunali sono pochi e mal gestiti, quindi per progredire sul serio spesso servono soldi. E sono una discriminante troppo grande.
E si chiude il cerchio. Olimpico.
Le Olimpiadi sono un sogno per tutti gli sportivi e per questo riescono a esprimere anche delle storie sportive ed umane emozionanti che diventano delle “istantanee” delle varie edizioni.
La prima storia è quella di due ragazze divise da un confine politico ed anche militare ma che lo abbattono con un gesto semplice: sono la russa Paderina e la georgiana Salukvadze che si abbracciano sul podio della gara di carabina, proprio il giorno dopo che i loro due paesi sono entrati in guerra. Un gesto non preparato, non ufficiale, non “griffato”, ma di una potenza eccezionale.
La seconda storia è quella di Natalie du Toit, nuotatrice sudafricana che nel 2001
perse una gamba a causa di un incidente e che a Pechino ha gareggiato nella 10 km di fondo chiudendo in sedicesima posizione. Questa ragazza di 24 anni è arrivata a Pechino senza clamori, come per esempio il suo connazionale Pistorius, e senza nessuna via preferenziale, ottenendo quindi il tempo minimo contro atlete normodotate. Grandiosa per la forza d’animo ma anche per le capacità atletiche.
Natalie, portabandiera del Sudafrica nella cerimonia di apertura, sperava di arrivare tra le prime cinque quindi, da un punto di vista sportivo, non è rimasta soddisfatta del piazzamento. Ma per tutti noi ha realizzato una vera impresa.
La terza storia racconta di un omone che potrebbe sembrare un orco ma che poi si scioglie in lacrime come un bambino. Il tedesco Matthias Steiner ha vinto il sollevamento pesi categoria massimi (oltre i 105 kg). Il pesista non è riuscito a trattenere l’emozione sul podio: è scoppiato a piangere tenendo in mano una foto della moglie che ha perso la vita nel luglio dello scorso anno in un incidente stradale, due anni dopo il loro matrimonio. Sul letto di ospedale, lui le giurò che avrebbe vinto per lei l’oro olimpico.
L’ultima storia è quella di un italiano, di Andrea Swatrz che ha vinto la medaglia d’oro nella 50 Km di marcia. L’ultimo chilometro della sua gara è stato un susseguirsi di emozioni, tra gag, sorrisi, pianti, citazioni, segnali verso l’alto: il nonno morto da un anno, i grandi sforzi fatti per questa Olimpiade, il “probabile” incontro con una ragazza molto importante per lui. In un chilometro ci ha raccontato tutte le emozioni possibili, dimostrando come un atleta possa essere lucido anche in quei momenti. L’asfalto sotto i suoi piedi è diventato veramente la strada della vita che ognuno percorre, con gioie e dolori.
o 37 anni e queste Olimpiadi mi hanno fatto scoprire quanto è bello parteggiare per dei “coetanei”. Infatti non è stata l’edizione delle bambine prodigio ma quella dei seniores d’assalto, che invece di passare per atleti incapaci di cambiare vita, diventano un esempio con prestazioni fantastiche e storie che lasciano un segno.

Dana Torres
Partiamo da Dara Torres, nuotatrice americana che scende in vasca a 41 anni, con due divorzi alle spalle ed una prima medaglia d’oro che risale addirittura a Los Angeles 1984. Vince tre medaglie d’argento: una medaglia potrebbe essere un caso, due potrebbero essere coincidenze, ma tre sono tre.
Un’altra storia incredibile è quella della ginnasta Chusovitina, 33 anni. La sua storia è da libro cuore: suo figlio si ammala gravemente e per curarlo di trasferisce in Germania. Per ringraziare il paese che l’ha ospitata ed ha ridato la vita a suo figlio, chiede di poter cambiare nazionalità per gareggiare sotto la bandiera tedesca. Vince prima il campionato europeo, poi viene a Pechino e vince una medaglia d’argento nel volteggio, scontrandosi con ragazze molto più giovani e molto più elastiche.

Giovanna Trillini
Come non citare anche Giovanna Trillini, che vince la sua prima medaglia a Barcellona nel 1992, è la nostra portabandiera ad Atlanta nel 1996 e che annuncia il suo ritiro dopo le Olimpiadi di Pechino. Poco prima della finale a squadre per la medaglia di bronzo, decide di lasciare spazio alla compagna riserva, per dare anche a lei la ribalta internazionale.
Jean Curuchet, 43 anni, ciclista argentino, oro nella americana, un oro rincorso ben 24 anni, da quel Los Angeles 1984 che è stata la sua prima Olimpiade. Lui sicuramente chiude la carriera, come farlo in un modo migliore di questo?
Non ha vinto medaglie ma una citazione è d’obbligo per l’età e per la sua storia sportiva: Jeannie Longo, ciclista francese, dopo aver dominato per decenni il ciclismo ha sfiorato a Pechino una medaglia di bronzo nella cronometro. Non ha vinto, ma la sua presenza si è certamente sentita.

Josefa Idem
E poi come non citare la nostra Josefa Idem, canoista di 43 anni: a Los Angeles iniziò la sua carriera olimpica, a Barcellona l’ha spostata sotto la bandiera italiana, a Sidney ha conquistato il primo oro ed a Pechino è stata medaglia d’argento nel K1 500 metri.
Queste sono le storie alle quali mi sono appassionato, anche se di quarantenni d’assalto, anche medagliati, ce ne sono stati altri: la romena Georgescu nella canoa, il tiratore ucraino Sukhorukov, l’amazzone Mieko Yaki di 58 anni.
Al termine di ogni evento sportivo, in particolare una Olimpiade, si redigono i classici “pezzi” con il meglio o il peggio. In questa Olimpiade di Pechino la lotta tra l’atleta simbolo sembra stringersi tra Michael Phelps, nuotatore da otto medaglie d’oro e Usain Bolt, velocista con tre medaglie d’oro e tre record del mondo.
È difficile fare classifiche soprattutto con tanti avvenimenti di grande rilievo e tante storie così diverse fra loro, ma scrivo le mie impressioni e le motivazioni, come in un reality.

Michael Phelps
Per me l’atleta simbolo di queste Olimpiadi è senza dubbio Phelps perché le otto medaglie che ha conquistato sono la sintesi della costanza, del talento, della concentrazione, della resistenza alla pressione. E sono anche il riconoscimento ad un atleta che in troppi dimenticano essere già stato molto vincente in passato. Ha fatto tutto con una grande naturalezza, non ha imposto a nessuno la sua forza, ha saputo resistere agli attacchi in vasca ma anche arrendersi all’emozione sul podio.
Invece, per non far torto a nessuno, ad Usain Bolt riconosco la più grande prestazione atletica di sempre. Lui è giovane, appena esploso, è un talento, ma ancora non può essere un atleta simbolo, almeno per quello che sono i miei termini di paragone. Ma quello che ha fatto ha dell’incredibile ed ogni altro aggettivo sarebbe riduttivo.
Ma vorrei fare qualche altra citazione da podio.

Kobe Bryant
Kobe Bryant, probabilmente il miglior giocatore di basket del pianeta al momento, ha saputo dare una prova da grandissimo sportivo, andando a vedere tante altre discipline e conoscendo atleti di altri sport, rappresentando in modo estremamente visibile lo spirito olimpico.
Sono poi indimenticabili le parole della nostra Josefa Idem,
un vero esempio per tutti i giovani e per tutti coloro che vogliono fare sport, ma un esempio in generale di volontà e di correttezza.
Infine mi piace citare la ginnastica artistica, quella ritmica ed il nuoto sincronizzato. Sono sport purtroppo relegati ad orari improbabili in Tv che solo alle Olimpiadi riescono a farsi notare. Spesso sono ghettizzati facendo riferimento ad atlete-robot, senza sentimenti, che poco più che adolescenti sono dentro una palestra e fuori dal mondo. In questa Olimpiade invece abbiamo visto tante lacrime, tanti sorrisi, tante emozioni da parte di atlete che, inoltre, realizzavano esercizi dalla difficoltà inimmaginabile. Brave.
Non ci avrei scommesso nemmeno un euro. Non pensavo che Usain Bolt potesse in questa Olimpiade battere anche il record del mondo dei 200, dopo aver stupito con quello dei 100 metri.
Pensavo che non avendo nessun antagonista non avrebbe tirato. Pensavo che il suo modo scanzonato di vivere questa esperienza fosse anche controproducente, ora che è conosciuto, ora che si aspetta il massimo da lui. Invece no….
100 metri = 9.69″ 200 metri = 19.30″
Impressionante.










