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Una scena di UpDomenica sera sono stato al cinema per vedere UP, il nuovo film della Pixar, il loro primo in 3D.
Semplicemente un capolavoro.
Chiariamo subito che non sono un esperto di cinema, ci vado con una frequenza non periodica, e che sono un fan della Pixar, sia per la storia di questa casa di produzione sia per la genialità di alcune trovate.
Up racconta la storia di un 75enne che dopo una vita vissuta accanto all’unica donna della sua vita, morta prima di lui, si ritrova dapprima a confrontarsi con i problemi di un’epoca totalmente diversa dalla sua gioventù e successivamente a riscoprire il piacere di affrontare nuove avventure.
La storia non è tipica di un cartone animato: si affrontano tematiche insolite, come l’amore, l’impossibilità di avere un figlio, la morte, la solitudine, le difficoltà degli anziani nella società moderna, il rapporto con le nuove generazioni. Tutte le fasi, anche le più commoventi e tristi, sono raccontate con schiettezza e semplicità, una modalità che arriva dritta al cuore sia dei bambini presenti in sala sia degli adulti forse impreparati a questa trama.
Oltre all’aspetto emotivo, fortissimo ed impagabile, un film animato deve avere anche delle trovate divertenti, quasi comiche e la Pixar in questo non è seconda a nessuno. Il bambino esploratore, lo “struzzo in technicolor” come viene definito dal protagonista, i cani che parlano e che cambiano voce, sono semplicemente eccezionali.
Altrettanto incredibili sono alcune inquadrature: lo scenario delle cascate, la camminata con la casa volante, piuttosto che dei fermi immagine con tutti i personaggi che fanno qualcosa di diverso.
Il film è il primo realizzato in 3D dalla Pixar e la scelta credo sia stata opportuna e felice perché alcune scene avrebbero perso davvero molto. Quello che mi ha impressionato oltre al 3D sono i colori, ad esempio quelli dei palloncini che fanno volare la casa, semplicemente eccezionali. Un altro elemento di eccellenza è l’audio e la colonna sonora, coinvolgenti e delicati allo stesso tempo.
L’essere un fan dichiarato della Pixar mi lascia comunque, e forse ancor di più, la voglia di criticare alcune scelte. La prima è la lunghezza del film, forse qualche minuto in meno non avrebbe tolto nulla all’intensità ma avrebbe aggiunto un po’ di ritmo. La seconda è qualche scena un po’ scontata, chi ha visto L’Era Glaciale in 3D troverà delle somiglianze, ma sarebbe stato forse chiedere troppo se l’originalità fosse andata crescendo fino alla fine del film.
Il cinema è giustamente vissuto come un’esperienza personale all’interno di una visione collettiva e quindi ognuno degli spettatori potrà fare delle obiezioni alla storia ma il mio giudizio è semplice: ce ne fossero di film con questo spessore emotivo, al di là se sono interpretati da attori in carne ed ossa o da personaggi animati.

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La maglietta con la frase della Bindi

Come molti sono stato spettatore in diretta di una delle battute più felici della storia politica italiana. Rosy Bindi a Porta a Porta, attaccata da Silvio Berlusconi, risponde che “non sono una donna a sua disposizione”, rivendicando una posizione di indipendenza ed alludendo chiaramente all’affaire escort del Premier.
Come nelle migliori rappresentazioni teatrali, una buona battuta deve esser lanciata da una “spalla” ed in questo caso Berlusconi ha offerto un assist eccellente alla Bindi.
Oltre a fare ancora una volta gli onori alla Bindi per l’eccezionale freddezza, mi sono interrogato più volte rispetto a dibattito che si è aperto sulla posizione delle donne nella nostra società.
Come spesso mi accade, resto in bilico tra due posizioni, quasi interdetto dal mondo nel quale stiamo vivendo.
Le donne hanno assolutamente ragione. Ci sono ancora degli atteggiamenti nei loro confronti che sono quantomeno irriguardosi, se non discriminanti o addirittura razzisti. Non sono un sociologo quindi non so se dipende ancora dai retaggi culturali, oppure dal flusso di ormoni che invade un uomo al cospetto di una donna, oppure dalla voglia del maschio di dominare la specie. Ma è certo che ci stupiamo ancora se una donna diventa direttore di un giornale o amministratore delegato di un’azienda o primo ministro di un paese. E questo stupore è l’indicatore di una situazione insostenibile.
Non credo che ci sia un’altra faccia della medaglia in questo caso, forse l’unica è il mio scoramento nel dover registrare questa situazione.

Sabato 3 ottobre c’è stata un’importante manifestazione a Roma per la libertà di stampa, promossa dal giornale La Repubblica.

mappa-liberta-di-stampa

Libertà di Stampa

 

 

Diverse persone che mi conoscono e sanno quanto tenga a questo argomento, si sono stupite della mia assenza alla manifestazione che voglio quindi spiegare.
Innanzitutto chiariamo che la mia assenza non dipende dalla non condivisione dell’argomento, anzi: sono convinto che il sistema dell’informazione in Italia sia profondamente condizionato dalla posizione dominante di Berlusconi, dalla mancanza di editori puri ed anche da una classe giornalistica che, nella media, non riesce più ad eccellere.
Nonostante questa convinzione, non ho manifestato perché non mi era chiaro chi dovesse o addirittura potesse manifestare.
Alcuni politici sono scesi in piazza: come per altri argomenti, ritengo tutta la classe politica degli ultimi venti anni, di qualsiasi schieramento, assolutamente non credibile. Dove sono delle proposte di riassetto del sistema dei media? Dove sono delle controproposte alla maledetta Legge Gasbarri? Dove sono dei piani per isolare la RAI dal sistema politico. Non ci sono, perché alla fine forse questo sistema conviene a tutti.
Sono scesi in piazza alcuni sindacati. Sebbene la loro battaglia sia costante, anche in questo caso mi sento di contestare la forza o la lucidità con la quale viene fatta. Nella maggior parte dei casi, ricordano tutte le lotte del passato come per giustificare un esistenza, ma non mettono sul tavolo proposte per il futuro.
Poi sono scesi in piazza gli editori. Se si possono considerare una parte lesa di tutto il sistema, sono anche coloro che ne fanno parte e possono tentare di modificarlo dall’interno.

Infine, sono scesi in piazza i cittadini. Siamo sicuri di essere legittimati a farlo? La mia risposta è si, se viene fatto in modo consapevole o con un obiettivo reale. Forse preferirei vedere piccole manifestazioni spontanee di protesta davanti alle edicole piuttosto che una fiumana non parlante. Ma i dubbi mi vengono: quando vediamo certi programmi o quando acquistiamo le carte della pay-tv per vedere la “squadra del cuore” o quando compriamo dei giornali di gossip perché “bisogna rilassarsi”, siamo sicuri di non essere corresponsabili di questo sistema?

Non voglio farla troppo lunga, non voglio fare analisi sociologiche. Voglio solo fare un omaggio ad un personaggio che ha cambiato sicuramente il nostro modo di comunicare. Grazie Mike.

Vignetta di Giannelli su Corriere della Sera 9 settembre 2009

Vignetta di Giannelli su Corriere della Sera 9 settembre 2009

In questa calda estate sembra che alcuni passi importanti per riportare lo sport nelle scuole si siano fatti. È notizia di un incontro tra i rappresentanti del CONI, compresi alcuni atleti ed ex-atleti, ed il Ministro Gelmini proprio su questo tema.
Questo è un argomento scottante per tutti gli appassionati dello sport, anche se spesso il Coni tende a focalizzare l’attenzione sulla necessità di costruire un percorso che poi possa portare a risultati sportivi nelle massime competizioni.
Sebbene questo sia un obiettivo importante, perché le vittorie sportive sono immagine per una nazione oltreché elemento aggregante, lo sport deve diventare un elemento fondamentale ed irrinunciabile nella formazione di un individuo.
Esistono nazioni come l’America nelle quali far parte della squadra del liceo o dell’università è importante tanto quando una qualsiasi altra materia. Esistono nazioni come la Russia e la Cina che hanno portato forse all’estremo l’importanza dello sport, utilizzandolo come strumento politico. Altre nazioni come la Spagna hanno avuto nello sport uno dei traini per la crescita civile ed economica di tutto il Paese.
In Italia invece è visto come un’alternativa o ancora peggio come un optional. Senza considerare che da noi esiste un ulteriore livello di scrematura, perché prima c’è l’alternativa calcio o danza, considerati non come attività sportive ma come modello di vita ed opportunità di guadagno, poi magari c’è la remota ipotesi di far fare un altro sport ad un bambino.
Lo sport insegna ad avere obiettivi, insegna il sacrificio, dovrebbe insegnare anche la capacità di saper perdere ed il giorno dopo ricominciare subito con maggiore grinta di prima. A tutto questo c’è da aggiungere che una popolazione più allenata è più sana, produce di più sul lavoro, costa di meno al servizio sanitario nazionale.

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