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Il Centrale di Wimbledon

Il Centrale di Wimbledon

Il 2009 lo ricorderò come l’anno di molte “prime volte” nella mia vita. A giugno per me è stata la prima volta con l’erba…no, non come molti potrebbero pensare ricordando l’uso da quotidiano di questo termine.
Per me l’erba è quella del mitico torneo di Wimbledon, che tutte le generazioni ricordano come un appuntamento fisso dell’estate. I campi in erba, la tradizione, la presenza dei nobili, i completi totalmente bianchi dei giocatori, le epiche sfide tra i campioni assoluti che riescono ad arrivare in finale o addirittura a vincere qui, nel tempio del tennis.
Ho avuto la fortuna di fare questa trasferta per lavoro ed è stata un’esperienza incredibile. Per uno sportivo qualsiasi, cioè anche non particolarmente appassionato di tennis, dovrebbe essere un passaggio quasi obbligato perché ti mette a contatto con l’essenza stessa dello sport. I giocatori li puoi vedere da così vicino, tranne sul Centrale, che puoi osservare tutti i lo gesti e quasi compartecipare la loro partita. A proposito del Centrale: il primo giorno avevo i biglietti del Campo Numero Uno (il secondo per importanza) e mi sembrava impossibile potesse esserci un campo che trasudasse maggior fascino. Quando sono riuscito ad entrare sul Centrale, ho capito subito quanto timore reverenziale incuda ai giocatori. Sembra di essere in un’arena ovattata, dove due gladiatori distanti da tutto e tutti danno prova delle loro abilità. Il pubblico è competente, non c’è un applauso fuori luogo e tutto è finalizzato a farti vedere al meglio la partita.
Ci sono mille cose da raccontare su Wimbledon: l’organizzazione per raggiungere il circolo, la unga e composta fila per comprare i pochi biglietti disponibili per la giornata, tutto quello ch si può fare dentro al circolo senza vedere le partite, dallo shop agli stand per gli autografi, ai personaggi noti che vedi camminare tranquillamente tra un campo e l’altro.
Ho osservato Wimbledon anche con occhi “lavorativi” e la mia conclusione è semplice: qualsiasi persona abbia a che fare con la comunicazione, con il marketing e con l’organizzazione di eventi, deve fare tappa qui. È incredibile come la tradizione sia supportata da una modernità nel rapporto con gli spettatori, nelle soluzioni adottate per coinvolgerli e fargli vivere un’esperienza unica. Non c’è un solo cartello fuori posto, non c’è una sola indicazione che si possa ritenere inutile, non c’è un solo addetto che non sappia esattamente come e dove indirizzarti.
Un mito, appunto.

Ho sempre pensato che “il voto è segreto” solo per chi ha una convenienza personale a tenerlo segreto. Perché il voto è l’espressione di una tendenza personale alla vita, oltre ad essere una giusta modalità di partecipazione sociale.
In questi giorni sto vedendo come molti miei amici e contatti, su Facebook ad esempio, stanno esprimendo palesemente il loro orientamento al voto. Nonostante questo mi faccia piacere, credo che sia un ennesimo segnale di insofferenza verso la politica, perché per ognuno di noi non si tratta più di essere di sinistra, di destra o di centro, ma si tratta di essere “quale” sinistra, destra o centro.
Negli ultimi quindici anni hanno tentato di inculcarci nel cervello la nozione di bipolarismo o bipartitismo, per poi andare a constatare che i distinguo all’interno degli schieramenti sono fortissimi.
Speravo di essere chiaro come molti miei amici nella mi dichiarazione di voto, ma lo posso essere solo parzialmente.
Sono di sinistra e lo rimarrò, quindi nessun ribaltone anche perché credo siano assolutamente inconcepibili. Essere di sinistra non è una scelta politica, ma uno stato d’animo, una predisposizione verso l’altro.
Sono uno dei “senza casa” della sinistra, nel senso che da diessino ho rifiutato l’idea del PD, votando la mozione Mussi.
Alle prossime elezioni europee voterò a sinistra, ma sicuramente NON voterò PD. Mi si potrebbe obiettare “perché non sei d’accordo con Franceschini, ex-democristiano”. Prima della fondazione del PD un dirigente locale del partito mi disse “non guardare alle persone ma guarda al partito, alla sua anima” quando contestai la scelta di Rutelli candidato a sindaco di Roma.
Non sono totalmente d’accordo con questa affermazione ma la prendo per buona e per questo dico: sono anche d’accordo con la linea dura di Franceschini contro Berlusconi, sono anche d’accordo con la sua franchezza di espressione, forse mutuata nel tempo dai successi di Di Pietro. Non sono d’accordo con il concetto di partito del PD.
Non voterò PD per alcuni motivi fondamentali:

1) vorrei tornare ad una visione “antica” della Politica, quando si identificavano dei rappresentanti che potessero portare avanti le istanze del popolo. Ora invece i rappresentanti si impongono a prescindere dalle esigenze del popolo o ancora peggio credono di saperle interpretare;

2) non mi è più sufficiente il concetto di “voto utile”, cioè la necessità di concentrare i voti su un’entità a prescindere dai suoi comportamenti, perché così avrà più forza. Significa NON ragionare più, significa limitare la visione di un futuro. E la politica deve avere e deve dare una visione;

3) non accetto di vedere non difesi i diritti civili, dalle unioni di fatto fino al testamento biologico, solo per la necessità di tenere “tutti dentro” al partito. Non accetto che posizioni di convenienza siano più importanti dell’individuo;

4) non voglio votare un partito che esclude, piuttosto che includere. A parole il PD è aperto a tutti i riformisti, nei fatti non ha nemmeno la voglia di convincere gli elettori in dubbio o che ipotizzando di votare altrove.
infine, nonostante tutte le batoste di questo ultimo anno, nonostante ci sia il rischio di lasciare il nostro Paese in mano a Berlusconi fino ad una sua fine naturale, la dirigenza non ha minimamente cambiato la rotta.

Ecco perché voterò a sinistra, ma non voterò PD.
Cosa mi auguro per il futuro?
Che TUTTA la SINISTRA prenda una batosta elettorale tale che il giorno dopo qualcuno, anche solo perché sente la sua cadrega (sedia) barcollare dica “sentite, ci mettiamo intorno ad un tavolo, lasciamo perdere gli interessi di quartiere e facciamo un partito unico della sinistra?” Ma sinistra vera, non annacquata.
Arrivati a questo punto, questo spero.

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