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L’Osservatorio di Pavia ha distribuito un nuovo studio sul rapporto tra media e politica, nel quale ha analizzato i contenuti dei principali telegiornali in tutta Europa.
Ne è emerso che mentre in tutta Europa in un telegiornale si parla mediamente di politica per il 16/17% del tempo, in Italia questa percentuale sale oltre il 34%, praticamente il doppio.
I più maligni dicono che non serviva uno studio così importante, bastava chiederlo ad un bambino di dieci anni.
I più critici osservano che la politica è importante per costruire un’opinione pubblica ed un senso collettivo di Paese.
Io dico la mia.
Il problema non è nel tempo dedicato alla politica, peraltro eccessivo, ma come questo tempo è speso. I nostri telegiornali sono la passerella dei politici che fanno dichiarazioni su qualsiasi cosa, anche quando la notizia non c’è o quando non è così rilevante da “scomodare” un vice-presidente della camera, un capogruppo del Senato o un Ministro della Repubblica.
Le nostre televisioni sono così condizionate dal potere politico che non possono fare a meno di dare visibilità, anche personale, a coloro che possono poi avere anche un minimo di rilievo nella decisione di una carriera, di una trasmissione o di un palinsesto.
Su questo pesa non solo il clamoroso conflitto di interessi di Berlusconi, ma anche tutta la storia della RAI dove i canali sono lottizzati e le poltrone di rilievo sono spartite quasi secondo il famoso manuale Cencelli.

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Il pizzino di Latorre

Il pizzino di Latorre

La storia è su tutti i giornali: venerdi scorso durante la trasmissione Omnibus su La7 intervengono Donadi dell’Italia dei Valori, Bocchino, vice-capogruppo alla Camera della Pdl e LaTorre, vice-capogruppo al Senato del PD.
Durante la discussione, Latorre scrive su un pezzo di giornale un messaggio che fa vedere a Bocchino, che immediatamente dopo polemizza con Donati sul rifiuto dell’Italia dei Valori di nominare Pecorella alla Corte Costituzionale.
Dopo una settimana di rimpalli tra Striscia la Notizia ed Omnibus stessa, si viene a conoscere il contenuto del “pizzino”, sul quale LaTorre fa notare a Bocchino “Io non posso dirlo, ma il precedente della Corte? Pecorella?”. È un evidente suggerimento a Bocchino, in teoria suo avversario politico, su come fronteggiare Donadi, in teoria alleato di LaTorre all’opposizione.
Questa vicenda ha scatenato l’ovvia conseguenza politica, invece per me è l’ennesima conferma dell’impossibilità di fidarsi di un ceto politico così stupido.

Prima osservazione
: Bocchino, che come vice-capogruppo dovrebbe essere tra i dieci principali dirigenti del PDL, ha bisogno di un suggerimento per non rimanere inerte durante un dibattito politico?

Seconda osservazione: LaTorre, che come vice-capogruppo della parte avversa dovrebbe essere tra i primi dieci dirigenti del PD, come fa ad essere così sprovveduto da scrivere su un giornale durante la diretta e dimenticarsi (ma sarà una vera dimenticanza?) il messaggio nello studio televisivo?

Terza osservazione: dopo il fattaccio entrambi, dall’alto della loro “statura politica” non sono riusciti a fare altro che dichiarazioni da bambini presi con le mani nella marmellata? E questi signori votano in Parlamento sul futuro del Paese, sulle missioni militari, sulle riforme scolastiche?

Già nel 2006 le denunce di Greenpeace

Già nel 2006 le denunce di Greenpeace

Come Luciana Littizzetto anche io ho spesso il sospetto che nessuno in Italia veda Report. Perché altrimenti ogni lunedì mattina ci dovrebbe essere una rivolta nazionale ed invece anche lunedi…nulla. Eppure ad esempio anche su Facebook c’è un vasto gruppo “Amici di Milena Gabanelli”, cioè sembra che l’opione pubblica si smuova.
Per i pochi o tanti che leggono questo blog provo a diffondere il “verbo”.

Domenica sera la puntata si intitolava “Mare nostrum” ed evidenziava le evidenti problematiche della pesca in Italia. In sintesi ha dimostrato che:

  • la pesca del pescespada veniva fatta con il sistema detto della “spadara”;
  • la spadara è stata dichiarata illegale dalla Comunità Europea perché metteva a rischio diverse specie di cetacei;
  • l’Italia ha recepito questa direttiva con diversi anni di ritardo;
  • I pescatori hanno ricevuto in totale quasi 100 milioni di Euro di contributi per riconvertire la loro attività ed hanno avuto cinque anni di tempo per farlo;
  • non solo hanno preso i contributi, non solo non hanno riconvertito ma continuano a fare illegalmente la stessa pesca. Gli stessi contributi NON sono stati erogati ai pescatori che erano in regola prima, e che magari dovevano essere premiati, e che sono in regola dopo;
  • non solo fanno tutto questo, ma a maggio 2008 hanno anche protestato bloccando i binari della ferrovia;
  • i pescatori preferiscono rientrare nel porto di Bagnara, in Calabria, perché sono protetti (così a detta di un operatore intervistato) e non subiscono i controlli della Capitaneria;
  • in un filmato si vede che una mattina in un porto vicino la Capitaneria interviene a sequestrare le reti illegali, contemporaneamente a Bagnara i pescatori scaricano reti e pescispada ma non solo: una macchina della Polizia Municipale arriva al porto non per fare controlli, ma per scortare un camion che poi caricherà il pesce illegale. Alla fine, un pescatore regala un pescespada al vigile che lo carica nella macchina di servizio;
  • un dipendente della Capitaneria di Porto di Bagnara, chiamato direttamente dai reporter, dichiara tranquillamente che ha in quel porto non può fare nulla, che tutto il paese è con i pescatori e che lì comandano loro.

Fate un po’ voi

thyssenkrupp milanoGli studi dicono che ognuno di noi, ogni giorno, è bombardato anche inconsciamente da migliaia di marchi, tra pubblicità e comunicazioni varie.
Ci sono quelli noti, quelli meno noti, quelli curiosi o quelli che non ci colpiscono per nulla. Ce ne sono molti dei quali non ci accorgiamo nemmeno.
C’è un marchio che io non vorrei più vedere in giro perché credo sia una ferita aperta per tutti gli italiani: è quello della ThyssenKrupp, marchio per il quale sono morti alcuni nostri connazionali.
La foto l’ho scattata alla stazione Centrale di Milano, appena rinnovata con scale e tappeti mobili.

Posso arrivare a capire, non troppo, che l’Italia continui d acquistare da questa azienda, ma non posso arrivare a capire come consentiamo di mostrare il loro marchio al pubblico.
Chiedo a Grandi Stazioni, gestore della stazione Centrale, al Comune di Milano ed a coloro che hanno un minimo di autorità in merito, quantomeno di far sparire i marchi.
Molti italiani ve ne saranno grati.

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