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Il decreto legge Gelmini varato da Governo sta facendo molto discutere ed i ragazzi sono tornati in piazza ma soprattutto la politica sta dando il peggio di sé anche su questo argomento.
Ho sentito politici dire “Io so bene cosa accade nella scuola perché tutte le mattina accompagno mia figlia”. A questo punto avere un amico medico ci rende automaticamente esperti in chirurgia, oppure andare allo stadio in curva ci trasforma in presidenti di una società di calcio.
Un’altra incredibile affermazione è “Ci sono più bidelli che poliziotti” quando in uno stato normale, non militare, questo rapporto è corretto perché sicuramente ci saranno più scuole che caserme.
Ancora più incredibile sono le inchieste di questi giorni sullo scandalo del coso degli affitti per gli studenti fuori sede. Ma ve ne accorgete ora? Io andavo all’università quasi venti anni fa e i ragzzi fuori sede già si lamentavano!
Infine “non vogliamo tagliare, ma razionalizzare”.
Non si capisce perché si parla sempre di razionalizzazione e mai di riorganizzazione e non si capisce perché comunque la razionalizzazione è in Italia sinonimo di minori investimenti in un settore. La razionalizzazione nella scuola dovrebbe invece partire da un presupposto: dati x miliardi all’anno, che non diminuiscono, dobbiamo farli fruttare al meglio, togliendo dove non è necessario e mettendo dove lo è.
Visto lo stato nel quale verte la scuola non sarebbe difficile re-investire quegli otto miliardi tagliati nel rifacimento degli edifici, nella modernizzazione dei laboratori di chimica o informatica, nel potenziare la dotazione delle palestre scolastiche. Oppure si potrebbe dare un maggior numero di sovvenzioni per l’acquisto dei libri agli studenti meno facoltosi o aumentare i controlli contro lo scandalo degli affitti.
Invece no, in Italia si decide di tagliare gli investimenti. Io non discuto se il taglio ricadrà sugli stipendi degli insegnanti, sui posti di lavoro, sui meno o più corsi universitari.
È già di per sé uno scandalo tagliare su quello che deve essere il futuro del nostro paese.

Non posso fare valutazioni economiche o finanziarie sulla crisi che si è aperta con il crollo delle borse ed il fallimento delle banche americane.
Resto stupito da coloro che restano stupiti. Nel senso che uno il commento più diffuso tra opinionisti, giornalisti ed economisti è stato “Che crollo, così di colpo”.
Io  non so in che mondo vivono loro o in che mondo vivo io, ma questa “crisi” è per me la fase finale di un primo tracollo di tutta l’economia che è iniziato due anni fa. Da questa fine inizierà una crisi ancora più profonda che sembra partita ora solo perché è più sotto i riflettori.

Da quasi dieci anni sono un piccolo imprenditore, sono una di quelle tante piccole e medie imprese fondamenta di questo paese. Chi è nella mia stessa condizione o tutti coloro che lavorano in queste aziende, sanno perfettamente che la crisi palpabile, quella dei crediti pagati a 120 giorni, quella delle banche che non ti danno un Euro, quella di un sistema che vive sul “forse” non è arrivata un mese fa.
L’esempio tipico è il seguente: faccio un lavoro, il cliente dovrebbe pagare a sessanta giorni dalla fattura ma paga dopo 120 giorni. Nel frattempo per far vivere la mia azienda mi rivolgo alle banche per avere un fido ma le banche sono sempre meno disposte. Il mio bilancio è in attivo, il mio fatturato cresce, ma l’azienda rischia di chiudere. È normale?

Io non so se un Ministero delle Piccole e Medie Imprese è una proposta assurda, ma in Italia non vedo la reale rappresentanza per coloro che ogni giorno creano del valore in attesa di poterlo monetizzare non si sa quando.

Ce l’ho fatta! Domenica scorsa per la prima volta ho corso una gara di dieci chilometri in meno di un’ora! Sono contentissimo, ma che fatica…non fisica ma psicologica.
Si perché a metà gara sono arrivato tranquillo, girando ai cinque chilometri perfettamente in media per raggiungere l’obiettivo finale.
Ma poi inizia la lotta tra il cuore ed il cervello, tra il ragionamento e le emozioni…”Beh, se sono arrivato ai cinque cosi’ fresco posso allungare per fare un ottimo tempo”….”Si ma se allungo e poi non ce la faccio non raggiungo nemmeno l’obiettivo primario”…”Si ma se allungo posso capire i miei limiti”….”Si ma sei alla terza gara soltanto e li puoi capire anche fra un mese”.
Che fatica, sul serio. Però sono contento.

Voglio ringraziare gli amici dell’Astro Spqr, la società dove sono iscritto, perché mi sono stati molto vicini all’esordio con loro.
Alla prossima!

Maratona del Mare

Maratona del Mare

Domenica correrò la Maratona del Mare…no no, correrò la gara di dieci chilometri durante la maratona del Mare. È la mia “terza” gara se consideriamo quelle con uno start ufficiale.
La corsa mi è sempre piaciuta ma l’ho sempre utilizzata come base per altre attività sportive. Invece da alcuni mesi sto iniziando ad allenarmi per migliorare la mia capacità aerobica e per migliorare le mie prestazioni nella corsa.
È una esperienza incredibile, perché la corsa è veramente una metafora della vita, con il sacrificio dell’allenamento, la gioia del risultato, l’amarezza della sconfitta. Ma è soprattutto un metodo eccellente per conoscersi dentro, per capire quali limiti abbiamo e come possiamo raggiungerli, per interagire tra l’io e gli altri.
Il mio obiettivo è quello di coprire i dieci chilometri in meno di un’ora. Sono allenato per riuscirci ma poi una gara è sempre diversa, vedi gli altri correre più lentamente o superarti a velocità incredibili, vedi le persone sui lati del percorso, vedi i tuoi limiti lì, davanti ai tuoi occhi.
Sono anche un po’ emozionato perché si corre ad Ostia, ove vivo da sempre.

Il perdono

Il perdono

Io non ho figli e quindi non posso nemmeno immaginare cosa possa significare perderne uno, soprattutto per una disgrazia.
Tento lo stesso di commentare una delle notizie principali di questi giorni, nei quali inizia il processo per l’uccisione di Gabriele Sandri, il tifoso laziale rimasto vittima di un proiettile sparato da un poliziotto sull’autostrada.
Da un punto di vista legale, la situazione sembra essere chiara, cioè si sa che il poliziotto ha sparato, resta da definire se l’ha fatto volontariamente per colpire o se è stata una fatalità.
Ma è la vicenda umana che mi interessa. In situazioni di questo genere non muore solo una persona, non viene uccisa una intera famiglia, ma è un tessuto sociale che viene a mancare. Immagino, come lui stesso ha dichiarato, che il poliziotto in questione non starà bene, altrimenti dovremmo ipotizzare che diamo le pistole a cecchini di professione. E non starà bene nemmeno la sua famiglia, gli amici, chi lo conosce.
Questo poliziotto poco dopo il fatto ha tentato tramite intermediari di entrare in contatto con la famiglia, ma gli è stato risposto che “era troppo presto”. Adesso ha chiesto pubblicamente il perdono, ma la famiglia Sandri ha dichiarato “è troppo tardi ed è una mossa interessata per il procedimento”.
Tra l’essere troppo presto e l’essere troppo tardi, quale è il tempo del perdono? C’è un momento giusto per perdonare? Ricordo il “padre di Erba”, che subito dopo il fatto disse di perdonare il colpevole dell’omicidio della moglie, della figlia e del nipotino. Come si ricordano situazioni dove le persone non perdonano nemmeno dopo cinquanta anni.
Il perdono, laico o cristiano che sia, non credo possa avere un tempo o un’occasione: chi è capace di perdonare, lo deve fare a prescindere, chi non è in grado di farlo, deve comunque essere rispettato.

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