Sabato 16 agosto 2008 è un giorno qualsiasi dell’anno ma uno assolutamente speciale per tutto lo sport. Non potrò dire “io c’ero” perché non sono andato a Pechino, ma potrò comunque dire “una cosa mai vista”.
Adoro lo sport, lo pratico da amatore, lo ingurgito da appassionato. Ho visto tante manifestazioni di qualsiasi sport. Posso dire che “io c’ero” a Roma nel 1987, quando in una giornata di settembre in uno stadio Olimpico assolato e in completo silenzio la finale dei 100 metri dei campionati mondiali di atletica fece scoprire al mondo il fenomeno Ben Jonhson, poi scoperto con le mani nella marmellata.
Dopo 20 anni, mi ritrovo in un umido pomeriggio estivo a guardare un’altra finale dei 100 metri. Io come penso chiunque delle centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo, non avevo mai visto una cosa del genere. Usain Bolt, giamaicano, vince la medaglia d’oro abbassando il record del mondo già suo, correndo con una scarpa slacciata, abbassando le braccia a 30 metri dall’arrivo e battendosi una mano sul petto a 10 metri dall’arrivo.
Raccontata così sembra solo un’altra bella prestazione sportiva invece diventa una storia da leggenda quando si arricchisce di particolari.
Quelli di un ragazzo come tanti, che ha iniziato a fare i 100 perché i 400 metri “erano una palla”, che ascolta musica fino a pochi minuti prima della partenza, che mangia pollo fritto prima della gara, che ha corso con una canottiera semplicissima alla faccia di tutte le tutine super aerodinamiche,
Una storia bella, bella, bella. Una storia di sport come poche altre.

Usain Bolt